EMMA

 

BIOGRAFIA

 

Emma Pomilio - Biografia Sono nata in Abruzzo, ad Avezzano. Mi sono laureata in lettere classiche all’università La Sapienza di Roma.
Ma non serve riempire di dati questa pagina: in fin dei conti la mia vita è il rapporto nel tempo con i libri, i tanti che ho letto e quelli che ho scritto.
Da bambina ero già una lettrice accanita. Mi capitava spesso di stare male e così, chiusa in casa, leggevo. Già da allora una polverosa biblioteca era per me un luogo da esplorare con spirito d’avventura, alla ricerca di un tesoro nascosto.
Mio padre, Ernesto, scriveva, soprattutto di filosofia e arte: il ticchettio della Olivetti è un ricordo indelebile della mia infanzia come, quando ero molto piccola, giocare in silenzio sotto la scrivania mentre lui lavorava. Mio zio Mario era uno scrittore di grande successo. A casa sua si riunivano altri scrittori suoi amici, tra i quali ricordo con particolare simpatia Michele Prisco e Mariapia Bonanate. Parlavano di letteratura e del mestiere di scrivere, mentre zio Mario masticava la pipa.
Io osservavo, ma non con l’interesse che potrei avere oggi, perché allora non pensavo affatto di diventare una scrittrice, volevo fare esperienze diverse. Ma il tempo è passato, mi sono ritrovata scontenta e infine, mi sono chiesta: Che so fare davvero? La risposta è stata immediata: Io invento storie.
Ho cominciato con dei racconti gialli e fantastici, che mi sono serviti per affinarmi e convincermi di aver imboccato la strada giusta. Sono passata al romanzo storico leggendo un saggio sulla famiglia romana. Ho intuito che i complessi e scabrosi rapporti tra i suoi componenti mi avrebbero offerto materia per una vicenda con grandi conflitti e un pizzico di mistero. Mi sono messa in gioco e ho scritto un romanzo, Dominus, pubblicato da Mondadori.
Da allora il genere storico mi ha appassionato profondamente e in seguito ho scritto La notte di Roma. Con Il ribelle ho aperto la fortunata serie Il romanzo di Roma, curata da Valerio Massimo Manfredi, a cui ho partecipato anche con Il sangue dei fratelli.
Ma quello del romanziere è un mestiere faticoso sempre in salita, bisogna rinnovarsi per trovare nuova linfa, così col mio nuovo libro, La vespa nell’ambra, sono tornata al giallo, il mio primo amore. Si tratta comunque di un giallo storico, ambientato nella Roma del 48 a.C. e con una inedita coppia di investigatori, Priscilla e Silio, una strana coppia che si poteva formare solo a Roma nel periodo descritto, lei medichessa e vergine, votata all’arte medica e a salvare le giovani abbandonate nell’Urbe, lui ex gladiatore, guardia del corpo, spia, e a volte anche sicario.

 

EMMA NARRATRICE

 

Rispondendo qui, anche se brevemente, ad alcune domande che mi vengono rivolte dai lettori, posso parlare del mio lavoro

Solo per passione

Molte persone mi chiedono perché scrivo romanzi storici.
Non devono apprezzarli tanto, se ne deduce.
Lo faccio per passione, rispondo. Amo la storia e mi affascina il lavoro che sta dietro al romanzo storico.
Scrivere un buon romanzo storico è una sfida, a maggior ragione se è ambientato in un tempo molto distante dal nostro. Per comprendere la mentalità e il modo di vivere di persone tanto diverse da noi servono ricerche su tutto, a cominciare dalle cose più elementari come il cibo, i vestiti e le abitazioni, per passare alle consuetudini familiari e sociali, alle leggi, alla politica, alla religione e agli eserciti. Dopo aver messo insieme notizie spesso discordanti ¬- perché quasi mai gli storici, antichi e moderni, sono della stessa opinione - la grande difficoltà consiste nel far pensare, parlare e interagire queste persone come avrebbero fatto nella loro epoca, tenendo presente che il romanziere deve rendere attuale e palpitante di vita la storia senza alterare il dato storico.
Non è lavoro semplice, ma con grande impegno si può fare qualcosa di buono. Serve fiuto nella selezione delle fonti, tanta immaginazione e la capacità di estraniarsi per qualche ora ogni giorno dai problemi attuali per entrare in un altro mondo.
Questo si fa solo per passione. E poi... al lettore smaliziato l’ardua sentenza.


Il fascino dell’Urbe

Qualcuno mi chiede per quale motivo ho scritto tanti libri su Roma.
In verità di Roma ho sempre percepito profondamente la grandezza anche quando ero giovanissima. I Romani erano straordinari costruttori, i loro monumenti hanno sfidato e sfideranno i millenni, per me è impossibile tirar dritto e ignorarli come fanno molti. Ho sempre amato visitare siti archeologici, e preferisco su tutti Pompei, dove torno spesso. Da ragazza tentavo di immaginare le case intatte, frequentate dagli stessi proprietari, cosa che in fin dei conti oggi è il mio lavoro.
Di Roma città mi hanno sempre affascinato certi angoli in cui l’antica Roma e la odierna convivono, e ancora di più quegli edifici posteriori costruiti sulle robuste fondamenta romane, metafora della nostra civiltà che, pur con tanti apporti diversi, ha le sue solide basi nella Romanità. Roma è ancora dentro di noi, non solo intorno a noi, e per me è giusto e doveroso scriverne. Tra l’altro non sono poi molti i cantori della città eterna tra gli Italiani, i diretti discendenti, invece ne troviamo un numero maggiore all’estero: forse gli scrittori stranieri comprendono meglio di noi di essere parte della civiltà occidentale creata da Roma.


Viaggiatrice nel tempo

Altri mi chiedono perché non cambio periodo storico.
E’ presto detto: lo scrittore deve parlare di cose che conosce bene, e non è umanamente possibile riuscire a comprendere nell’intimo tante civiltà diverse. Roma, complessa civiltà millenaria, richiederebbe molto più di una vita. Io so che Roma terrà desto il mio interesse e mi offrirà sempre spunti per nuove avventure, e per il momento non credo che me ne allontanerò, a meno che non mi prenda la voglia di studiare cose del tutto nuove, di esplorare mondi nuovi, e questo per me, una viaggiatrice nel tempo, è possibile. Una cosa è certa: rinnovarsi infonde nuovo slancio al romanziere. Vedremo...



Non solo i grandi della storia hanno determinato i destini del mondo

Alcuni lettori hanno notato che i protagonisti dei miei romanzi sono per la maggior parte personaggi di fantasia. Sembra che lo ritengano un difetto, ma posso dimostrare che non lo è affatto.
In realtà i grandi della storia nella mia produzione sono ben rappresentati, ma di rado come personaggi principali, anche se le loro decisioni condizionano la trama.
Il motivo è che di loro si sa tutto, si sa che faranno, quando moriranno e di cosa, se di morte naturale, di spada o di veleno: insomma non ci sono sorprese, invece a me piace creare nuove trame. Comunque ritengo molto interessante soffermarmi sui personaggi famosi quando di costoro c’è qualcosa di nuovo e importante da dire, come ho fatto per Silla ne Il sangue dei fratelli. Con queste scelte assecondo le mie inclinazioni, ma cerco allo stesso tempo di rispettare i lettori, ai quali bisogna proporre vicende nuove, anche se, sempre e comunque, fedeli ricostruzioni storiche.
Ma c’è un altro motivo, per me non meno importante: dare voce a tante persone che non sono mai state prese in considerazione dalla storia.
Spesso scelgo come protagonisti donne, schiavi e liberti. Per i Romani era un bene che delle donne si parlasse poco o non si parlasse affatto. Molte donne, di cui gli storici hanno dovuto giocoforza occuparsi, sono state trasformate in avvelenatrici, ninfomani, o virago. Degli schiavi poi, i Romani evitavano di parlare, se non per dissertare su come sfruttarli meglio. Gli schiavi erano un’umanità meno umana, che doveva essere tenuta sottomessa proprio perché era importante, anzi indispensabile: come dicevano gli stessi Romani, un uomo non è tale senza gli schiavi che fanno il lavoro manuale per lui
Ma sappiamo che spesso i Romani se la sono vista brutta a causa delle rivolte servili e si sono trovati in gravi imbarazzi per le manifestazioni nel Foro delle donne, scontente di alcune decisioni della politica nei loro confronti - molti anni prima delle suffragette.
Chi ha scritto la storia soffriva dei pregiudizi della sua epoca e portava avanti le idee della sua parte sociale, così ha depennato i protagonisti scomodi, o li ha dipinti in caratteri foschi, o li ha messi in ridicolo.
Oggi c’è un’inversione di tendenza ed è giusto che non solo gli storici, ma anche i romanzieri, che solitamente raggiungono un maggior numero di lettori, riabilitino i maltrattati dalla storia, mettano in luce qualche difetto dei troppo osannati e narrino la vita della gente comune.

RIFLESSIONI

 

Come costruire una buona scena d’azione

Un buon romanzo è un tutto armonico, non ci deve essere una parola in più o una in meno, e questo vale soprattutto per le scene d’azione, che sono importanti, anzi determinanti, e richiedono grande impegno da parte del narratore.
Perché mantenga col fiato sospeso il lettore, la scena d’azione deve essere ben preparata: le informazioni ci devono essere tutte, o quasi, già prima che la scena cominci. Lo scrittore esperto dissemina nel libro le informazioni importanti a poco a poco.  E le informazioni assumeranno il loro pieno valore ( a volte esplosivo) al momento giusto.

avventure amorose - roma Ma facciamo un esempio.
Una donna trova una pistola carica tra gli effetti del padre, deceduto in circostanze poco chiare. Per non mettere in pericolo il figlio ancora piccolo, nasconde la pistola in un cassetto nella camera matrimoniale. Una notte, a letto, parlando col marito, comprende da un certo particolare apparentemente trascurabile che è stato lui a ucciderle il padre, perché aspira a mettere le mani sui suoi soldi. Il lettore, a cui quel certo  particolare era stato già rivelato, capisce insieme a lei e inorridisce insieme a lei, mentre lei fa l’amore con l’assassino di suo padre per non insospettirlo.

Ma ora la donna nota qualcosa di diverso nel comportamento del marito e si chiede se lui ha compreso di essersi tradito, e se ha intenzione di uccidere anche lei. Si alza dal letto con la scusa che ha sete, ma anche lui si alza con una scusa. Il lettore, che già in precedenza ha metabolizzato l’informazione della pistola nel cassetto, sta già pregustando la sconfitta dell’assassino, pur rimanendo in ansia. Riuscirà la protagonista a essere così svelta da prendere la pistola? Cosa escogiterà? Vedremo... Ma, se lo scrittore parlasse della pistola, o rivelasse il senso di quel certo particolare apparentemente trascurabile, quando lei si è già resa conto di stare a letto con l’assassino, la scena sarebbe rovinata da ingombranti digressioni. Nei romanzi storici ci sono molti duelli, che non sono affatto facili per lo scrittore.

Le motivazioni del diverbio devono essere già chiare prima dell’azione. Anche i caratteri degli antagonisti devono essere sempre descritti prima, può essere lasciata al momento dell’azione solo qualche informazione tale da generare un cambiamento di forze non previsto e una sorpresa finale. E’ importante fare prima anche un’accurata descrizione del luogo in cui la scena si svolge. Per il lettore tutto sarà più decifrabile, e, se il luogo offre probabilità di scampo per il protagonista, sarà molto gratificante e divertente per il lettore, che del protagonista conosce bene le caratteristiche, prevedere la mossa decisiva. Durante le scene d’azione i dialoghi devono essere brevi e incisivi, e anche i periodi devono essere brevi, senza avverbi e gerundi. La frase breve crea rapidità e stringatezza, e dunque pathos.
Forse la scena d’azione ben preparata non risulterà molto lunga sulla carta, ma sarà carica di tensione e di significati. Sarà un momento decisivo e a volte catartico.

In altre circostanze possiamo usare il rallentatore, al modo del cinema, e in quel caso possiamo narrare diffusamente qualcosa che accade in parallelo, come lo scatenarsi delle emozioni, che creano l’effetto rallentatore, interrompendo la descrizione dell’azione per dare spazio ai sentimenti dei protagonisti. Rabbia, paura, dubbio lacerante, esaltazione... Il tempo viene dilatato dai pensieri, ma, se la scena è ben costruita, il lettore ne percepisce ogni frammento e al contempo anche la brevità. Queste dilatazioni non tolgono al lettore la sensazione della rapidità, piuttosto aggiungono pathos.

Ma quello che ho detto finora non vale niente se manca il presupposto fondamentale. Da quello che ho imparato nel tempo, e un po’ d’esperienza l’ho fatta, in ogni romanzo l’elemento vincente sono i personaggi, e anche le scene d’azione risultano convincenti solo se i protagonisti persuadono.

Roba da donne

il potere al femminile - livia e messalinaQualcuno si è stupito del fatto che nei miei libri ci sono battaglie e scene d’azione di ogni tipo: sembra che non siano roba da donne. Che dire? Forse ho cambiato sesso e non me ne sono accorta. E poi, per quale motivo scrivere una scena d’azione non è roba da donne?
Scrivo romanzi in cui la società è rappresentata interamente nel pubblico e nel privato: le storie di uomini, di donne, di vecchi e giovani, di guerra e pace. Campi di battaglia, riunioni politiche, processi, lunghi viaggi e interni domestici. Trovo claustrofobici i romanzi che raccontano solo di uomini o solo di donne, per attrarmi devono essere capolavori. In realtà le scene d’azione mi piacciono, e le curo, ma ho anche una grande predisposizione a caratterizzare le figure di donne, a descrivere i sentimenti e le opere femminili e l’amore. Ho narrato anche tante belle storie d’amore. Elettra e Ardach, Hilda e Lucio, Larth e Claudia, Fausto e Frine, Priscilla e Silio.
E’ certo che ognuno scrive seguendo le sue inclinazioni, la sua educazione e le sue esperienze; poi, se ci sono differenze sostanziali tra le opere maschili e quelle femminili, io non lo so e non me ne curo. Nel mio libro “La vespa nell’ambra”, che è un giallo, anzi un poliziesco, la protagonista principale è una donna, una medichessa, Priscilla, che cerca di risolvere i tanti problemi delle donne della Suburra, e in questo caso deve svelare un mistero legato a una donna, ma c’è comunque un altro protagonista uomo, un ex gladiatore, e c’è anche azione, nel Foro, nei vicoli, nelle case e nei bassifondi di Roma.

 
 

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