DOMINUS

ROMA, 73 A.C. - Due Fratelli due nemici

 
 

copertina libro - dominusMarco e Ardach sono fratelli, il primo è figlio del potente nobile Caio Cedicio e della sua consorte legittima, l’altro è stato partorito da una concubina proveniente dalla Gallia. I due ragazzi coetanei, entrambi belli, fieri e intelligenti, l’uno bruno, l’altro biondo, come veri e propri campioni della razza delle loro madri, per la legge non hanno niente in comune: l’uno è destinato a essere dominus, l’altro è solo uno strumento dotato di voce, anche se il padrone è orgoglioso di lui per la prestanza e la bellezza, lo considera una proprietà di prestigio e lo mostra in pubblico.
Eppure il legame di sangue si fa sentire, i due ragazzi si stimano e si vogliono bene. Quando Ardach comincia a stare stretto nei panni servili, Marco tenta di ottenerne la liberazione dal padre, ma il padre punisce duramente Ardach per le sue aspirazioni di libertà relegandolo tra gli schiavi trattati come bestie in un suo latifondo, affinché comprenda la fortuna di essere lo schiavo preferito di un ricco dominus. Il solco creato fra i due ragazzi dalla società diventa un baratro quando comprendono di amare la stessa donna, la schiava Elettra, che si esibisce col suo arco infallibile nell’arena.
Intanto i gladiatori a Capua si ribellano e la rivolta di Spartaco arriva al latifondo in cui è prigioniero Ardach. I gladiatori liberano gli schiavi, che si uniscono alla rivolta. Alcuni indomiti schiavi galli formano un veloce squadrone a cavallo, riconoscono nel forte e bellissimo Ardach il loro capo naturale e si affidano alla sua guida.
L’inafferrabile squadrone semina il terrore e Ardach lo conduce a saccheggiare i latifondi di famiglia, poi rapisce Elettra, ormai concubina di Marco, portandola al campo di Spartaco. La reazione di Marco è terribile, l’odio lo consuma, si arruola nell’esercito romano mandato contro Spartaco e, allontanandosi dai ranghi quando localizza Ardach ed Elettra, scatena una guerra personale per recuperare la ragazza e vendicarsi del fratello ribelle.

galata morente
Il Galata morente, coi suoi tipici tratti del guerriero celtico, potrebbe ben rappresentare Vertisco
, il luogotenente di Ardach, il nobile celta mai rassegnato alla schiavitù, l’ideatore dello squadrone a cavallo.

[...] Mentre Crixo attirava l’attenzione delle pattuglie romane, Vertisco prese un’altra direzione, si allontanò indisturbato nel più stretto segreto verso una meta precisa, viaggiando come al solito di notte, evitando le città, dividendo gli uomini in gruppi di cinque o sei nell’attraversare le zone più fittamente abitate. I cavalieri senza corazze, con armi leggere, si spostavano rapidi, fantasmi silenziosi forieri di morte.” (dal cap. XV)

 

Dalla quarta di copertina
…Drammatico nello sviluppo degli eventi, ricchissimo di scontri, di battaglie, di grandi scene di massa – quando Ardach raggiunge le truppe di Spartaco – e di colpi di scena, Dominus rappresenta però, prima di tutto, uno straordinario spaccato della famiglia romana. La gerarchia degli schiavi – che distingueva coloro che esercitavano i lavori più pesanti da quelli addetti alle umili mansioni domestiche e dagli intellettuali di alto rango, medici, filosofi – e i rapporti tra i membri della famiglia ricompongono ai nostri occhi un interessantissimo, inedito mosaico di affetti e di odi, di solidarietà e tensioni che Emma Pomilio descrive con assoluta fedeltà al vero storico, ma con finezza e con partecipazione tutte moderne. Il risultato è un romanzo che coniuga azione e introspezione, il pubblico e il privato di un mondo così lontano, eppure ancora tanto vivo nella memoria e nell’immaginario.

Idea da cui è nato il romanzo

Cercavo un argomento non molto sfruttato, e il mondo degli schiavi non era mai stato descritto accuratamente.
La schiavitù a Roma era una cosa complessa, poiché le condizioni degli schiavi potevano essere molto diverse. I più sfortunati erano quelli delle campagne, dove vivevano negli ergastoli spesso incatenati e marchiati a fuoco, addirittura peggiore era la sorte degli schiavi destinati alle miniere o alle galee, la cui vita era molto breve.
La condizione degli schiavi di città era migliore, di solito quelli che vivevano vicino al padrone come domestici conducevano un’esistenza dignitosa; i più colti e intelligenti svolgevano mansioni delicate, che comunque il padrone considerava disdicevoli per sé. I medici, i pedagoghi, i grammatici erano rispettati.
Gli schiavi potevano anche essere oggetto d’amore per i loro padroni, tanto che a volte un padrone liberava uno schiavo e ne faceva il suo erede. Ma questi trattamenti umani non erano un diritto dello schiavo, tutto gli derivava dalla benevolenza del padrone, che poteva fare di lui quello che voleva, forse venderlo, se aveva bisogno di soldi, o torturarlo o ucciderlo, se non se ne fidava più.
Lo schiavo era un bene mobile, era bestiame munito di parola.
In nessun altro contesto potremo trovare tanti schiavi come nei domini di Roma. E adesso immaginiamo uno di questi schiavi. Un uomo che ha visto la sua città distrutta, i suoi cari trucidati, e si ritrova in un mondo nuovo e ostile a fare il servo, quando prima era libero e forse ricco. Quell’uomo aveva paura e odiava, ma anche il padrone lo temeva, vedeva in lui un potenziale assassino. Le rivolte servili si sono susseguite numerose, soprattutto nel primo secolo a .C. Tra il mondo glorioso dei conquistatori e quello parallelo sottomesso degli schiavi serpeggiavano la paura e l’odio.
Pensiamo alla casa che io descrivo nel mio romanzo, una casa ricca in cui lavoravano come domestici decine di schiavi. Il dominus li temeva, e sospettava che tramassero alle sue spalle. Al tempo di Nerone un ricco, che aveva in casa sua quattrocento schiavi, illuse uno di loro con una promessa che poi non mantenne. Lo schiavo lo uccise. La consuetudine voleva che tutti gli schiavi della casa fossero torturati per scoprire eventuali complicità e poi giustiziati. Morirono in quattrocento per essere d’esempio ai loro simili.
Da quello che sappiamo la società più crudele con gli schiavi fu quella romana, ma per altri versi fu anche la più magnanima. Un Romano che decideva di liberare uno schiavo ne faceva automaticamente un cittadino romano.
E gli schiavi? Non criticavano la schiavitù come sistema. Anche secondo loro il mondo è fatto di padroni e schiavi, e non volevano l’abolizione della schiavitù, volevano diventare padroni.
Questo è il substrato da cui prende corpo il romanzo. Il profondo conflitto latente esploderà tra il dominus e il figlio schiavo, tra il figlio schiavo e il figlio legittimo, tra i gladiatori guidati da Spartaco e lo stato romano.

+ Nella versione cartacea questo libro è di difficile reperibilità. É disponibile l’ebook

 
 

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